Premessa

Il tema dell’assistenza Socio-Sanitaria deve essere affrontato in una logica imprenditoriale che sappia mantenere il livello di servizio, e se possibile migliorarlo, a parità o a riduzione di spesa, ma non sarà mai risolto pienamente se non assumendo una prospettiva operativa in cui il concetto di soggetto assistito esca da una logica passiva per entrare in una logica attiva.

Il passaggio dalla logica passiva a quella attiva, a sua volta, non si risolve con l’adozione teorica di un comportamento di Prevenzione, di Mantenimento e di Miglioramento poiché tale comportamento, al di fuori di reti sociali vere, è sostanzialmente non perseguibile.

 

Le reti sociali vere all’interno delle quali noi viviamo (famiglia, ambiente di lavoro, amici, conoscenti) sono il presupposto imprescindibile su cui si basa l’assunzione motivazionale di un comportamento guidato da una logica attiva capace di incidere su Prevenzione, Mantenimento e Miglioramento dello stato di salute complessivo di ogni singolo individuo. E sono vere nella misura in cui il singolo individuo è parte efficiente della rete stessa.

La nostra epoca, per ragioni diverse ma oggettive che non ha senso dettagliare qui e ora (allentamento dei legami famigliari, di amicizia, di relazione abitudinaria; allungamento della vita e relativa perdita dei legami precedenti) testimonia un’evidente mancanza di tenuta delle reti sociali vere, mancanza di tenuta che si riflette nella diminuzione delle motivazioni che rendono attivo il comportamento del singolo che sconta, nella crescente solitudine, la perdita di attenzione verso di sé.

 

Perché la costruzione di reti sociali sia efficace – in quanto vere – occorre quindi ripensare il ruolo del soggetto intorno al quale le reti devono operare: l’assistito, in particolare l’anziano o il malato autosufficiente, semi-autosufficiente o non-autosufficiente. Il punto chiave non è che il soggetto sia attivo o passivo secondo una logica di Prevenzione, Mantenimento e Miglioramento, bensì che sia attivo o passivo rispetto alla costruzione della o delle reti sociali che lo dovrebbero circondare.

A loro volta i rifugiati si trovano di fronte ad una doppia opportunità: imparare e ricambiare l’aiuto attraverso relazioni e servizi concreti (accompagnare l’anziano a fare la spesa chiacchierando, ad esempio) e, a loro volta, assumere un ruolo attivo.

 

Per gli anziani o per i malati e per i rifugiati il cambiamento virtuoso è radicale poiché, a prescindere dalle condizioni personali, psicologiche, sociali e fisiche, muta radicalmente il loro ruolo e la percezione di se stessi all’interno della rete che ruota intorno a loro e che essi stessi contribuiscono a creare.

 

Le ricadute positive per la collettività sono evidenti e vanno dall’impiego di energie dimenticate alla possibilità di trasformare in risorse i costi che si devono sostenere per l’assistenza ai rifugiati.

L’elemento discriminante è che il ruolo attivo sia vissuto prima di tutto rispetto al proprio ruolo sociale. Ad esempio, un anziano che si trasferisce in una dimora semi-assistita è ancora pieno di capacità e conoscenze e se è stato un insegnate può insegnare l’italiano o la matematica ai rifugiati; se è stata una sarta può insegnare a cucire; tutti quanti possono offrire tempo, conoscenze e sorriso per sessioni di conversazione per rafforzare l’apprendimento della lingua. Questo tipo di ruolo sociale attivo si deve ovviamente applicare anche negli altri contesti non limitandosi ovviamente ad un’azione legata al rapporto con i rifugiati.